MIA BREVE STORIA - Nell'ambito artistico nasco come attore di teatro iniziando a recitare nel 1972 per lo più in commedie brillanti, in spettacoli di cabaret e teatro di animazione per bambini con la direzione di Gwyneth Surdivall e Michael Segal. Durante un lungo periodo di inattività artistica mi convinco che non posso restare lontano dal teatro e inizio a scrivere per il palcoscenico piuttosto che tornare a calcarlo: commedie teatrali, brevi racconti e poesie, sia in italiano che nel dialetto della mia città. Quando, alla fine del secolo scorso, il Teatro Accademia di Pesaro mi propone anche di interpretare i miei lavori il “karma” si compie e mi ritrovo di nuovo sul palcoscenico. Da quel 1972 ho interpretato una cinquantina di personaggi e le mie commedie vengono tuttora rappresentate in ogni parte d’Italia e all’estero. Tra i miei lavori possono essere degni di nota “Orilio, Orilio...”, portato in scena da parecchie Compagnie e tradotto in diversi dialetti italiani, “La casa nuova”, anch’essa rappresentata in varie città d’Italia, vincitrice del 1° premio “Fare scena” nel 1998 e oggetto di una scheda di lettura presso l’Università di Nizza, "Il ladro e la signora" rappresentato a Londra dal Gruppo "Escape In Art" e a Joinville (Brasile) dal "Circolo Italiano", "Quattro briganti" messo in scena al Teatro "Elettra" di Roma con la regia di Alberto Buccolini e al Teatro "Sant'Eugenio" di Palermo con la regia di Dario Scarpati. "Lo vedo e nonlo vedo", in scena dal 2013 al 2017 al Teatro "N.P. Ohlopkova" di Irkutsk e portato in tour da Larisa Udovichenko e Sergei Astakhov dal 2016 al 2018. Nonostante la mia pigrizia continuerò a scrivere finché il sipario sarà aperto e a recitare finché le luci saranno accese e il mio cuore applaudirà.

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Quelle celesti corrispondenze

 


codice SIAE: 959445A


Sinossi

 Marcello ridiscende, dopo tanto tempo, in “cantina” per curiosare tra le tante vecchie cose del suo passato. Alcuni di questi oggetti gli evocano, fino a farle materializzare, alcune delle persone a lui più care e con queste dialoga attraversando vari periodi della sua vita senza alcuna logica, tanto che anche lui ne rimane a volte sconcertato. Eppure, lui sa che quella non è propriamente una cantina ma un luogo d’incontro, fuori dallo spazio e dal tempo, fra coloro che sono ancora in vita (la sorella, la moglie e Giulia) e quelli che non lo sono più (la madre, il padre e l’amico Stefano). Marcello vuole provare questa esperienza nonostante immagini il disagio, il dolore, a volte, che questa situazione provocherà sia in lui che nei suoi cari.


Quelle celesti corrispondenze

 

atto unico di

Paolo Cappelloni

  

Personaggi

 

Marcello

Anna - la madre

Gianni – il padre

Patrizia - la sorella

Roberta - la moglie

Stefano

Giulia

 

 

La scena rappresenta una cantina semibuia al centro della quale, come un totem, sono accatastati e illuminati i più svariati oggetti. In un lato della scena c’è una porta con alcuni scalini da cui filtra una forte luce ogni volta che viene aperta. Alcuni personaggi entrano dalla porta, altri entrano ed escono dall’ombra in cui è immerso il resto dell’ambiente. Le scelte degli interventi musicali e gli abiti dei personaggi sono a discrezione della Regia.

 

I brani letti da Marcello e Roberta sono tratti da “I Sepolcri” di Ugo Foscolo

 Musica

 

Marcello -                (Apre la porta dalla cui apertura filtra per un istante un fascio di luce ed entra scendendo i pochi gradini che portano alla cantina. Si guarda attorno e sofferma lo sguardo su una catasta di vecchi oggetti posti al centro del palco. La musica sfuma) Da quanto tempo non scendevo quaggiù? Mamma mia! Il posto delle cose abbandonate! E dire che da piccolo ero tanto curioso di venire a rovistare qua sotto! Mi piaceva perfino l’odore che si sentiva, qui in cantina, (Pausa) un odore antico che non si sente più: era un misto di carbone, di legna da ardere e polvere di vecchie cose ammuffite. I miei ci mettevano tutte quelle cose che avrebbero voluto gettare ma non avevano il coraggio di farlo, perciò la roba si accatastava: sedie che si potevano rimpagliare, mobiletti scassati ma che erano pur sempre dei ricordi… poi facevano comodo per metterci altre cose che non si sa mai. (Sorride) A volte ci venivo con mio padre che per non sporcare in casa veniva qui a fare alcuni lavoretti di falegnameria o cose del genere o per travasare il vino che teneva in una grossa damigiana; e mi diceva sempre: “Stai a guardare, impara come si fa!” (Sorride) Mia madre invece ci capitava raramente; lei si limitava a dire a me o a mio padre: “Porta giù questo, per favore, porta giù quest’altro” oppure: “Vammi a prendere la tal cosa che è nel tal cassetto”. E mia sorella… lei ha sempre avuto il terrore di questo posto e ad ogni rimprovero che riceveva tremava al solo pensiero di essere rinchiusa qua dentro, al buio! (Pausa) Poi ci venivo anche da solo per rovistare tra la roba vecchia con la speranza di trovare chissà cosa, qualcosa di insolito, di sconosciuto, di affascinante, e finivo per sfogliare vecchi libri di scuola appartenuti a me o ai miei genitori, o album di figurine di antichi campionati del mondo! (Pausa) In seguito, dopo il mio matrimonio e con l’arrivo di mia moglie, si sono accumulate tante altre cose: altri libri, altri ricordi, altre cose che non si sa mai. Ma era lei che portava giù tutto; la cantina era diventata il deposito per tutto quello che non si poteva più tenere in casa. (Si guarda attorno) Non ci ho messo più piede per anni. (Pausa) Dovevo proprio rimanere solo perché mi venisse in mente di ridiscendere fin qui e fare come quando ero ragazzino. (Inizia a curiosare fra le vecchie cose e trova una cassetta per attrezzi) I ferri di mio padre… “i ferri del mestiere”, li chiamava lui, anche se li usava solo per i lavori di casa. (Prende un martello dalla cassetta degli attrezzi impugnandolo vicino alla “bocca” mentre il padre compare sulla porta e lentamente scende i gradini avvicinandosi a lui)

Padre -                      Quante volte ti ho detto che il martello non si impugna così! la mano deve stare all’estremità del manico!

Marcello -                Sì, sì, babbo, lo so.

Padre -                      Lo sai ma non dai mai retta ai miei consigli! e i colpi devono essere pochi e precisi!

Marcello -                Tanto il martello non sarà mai un mio strumento di lavoro.

Padre -                      (Gli dà uno scappellotto) Non significa niente! un uomo deve imparare certe cose! Quando avrai una casa tua come farai? vuoi dipendere dagli altri anche per battere un chiodo nel muro?

Marcello -                Hai ragione, babbo; hai avuto sempre ragione, tu

Padre -                      Vorrei ben vedere!

Marcello -                È il modo in cui mi dicevi le cose che era sbagliato.

Padre -                      Non stare a pensare ai modi ma alla sostanza, al perché tuo padre ti dice certe cose! Quando sarai più grande lo capirai!

 

(Breve intervento musicale. Marcello torna a curiosare tra le cose mentre il padre resta in scena ma nascosto nel buio)

 

Marcello -                (Continua a parlare tra sé ma come se stesse ancora parlando al padre) I modi non contano, non sono mai contate le maniere “pesanti” con cui volevi insegnarmi le tue grandi e giuste verità. (Trova una vecchia coperta) E non solo a me, anche a Patrizia (Guardando la coperta) e alla mamma. L’importante è farsi valere! quasi godere di quel potere domestico che nessuno ti avrebbe mai potuto togliere.

 

(Come il padre, anche la madre compare sulla porta e scende i gradini avvicinandosi a Marcello)

 

Madre -                    Non essere così polemico con tuo padre, Marcello, in fondo, tutto quello che lui dice è per il tuo bene!

Marcello -                (All’unisono con la madre, come una cosa sentita e risentita)… è per il tuo bene!

Madre -                    Certo, è così. (Materna, riferendosi alla coperta che Marcello tiene in mano) Ricordi quella coperta? quante volte te l’ho rimboccata, sul letto, Marcellino? e tu che ti scoprivi continuamente! non te ne sei mai accorto ma io venivo a ricoprirti per benino anche quando eri più grande e tornavi a casa a ore impossibili! e io, che non dormivo finché non rientravi e non ti addormentavi, mi alzavo pian piano e venivo a rimboccarti le coperte senza che tu te ne accorgessi.

Marcello -                Me ne accorgevo, mamma, me ne accorgevo.

Madre -                    Ecco, e ora che sei sposato non lo posso più fare ma pazienza... ora non hai più bisogno della tua mamma.

Marcello -                (Con paziente e amorevole rimprovero) Mamma…

Padre -                      (Interviene rivolgendosi alla moglie) Anna, smettila con questo tuo atteggiamento melenso, con quest'aria da martire!

Madre -                    (Al marito) È così, Gianni. (Al figlio) Ora tu sei il capofamiglia, Marcello, ed è giusto che sia così; hai trovato anche una brava ragazza che ti vuole bene e io non posso fare altro che mettermi in disparte perché ormai sono vecchia e non conto più niente.

Padre -                      (Interviene) Ma senti che razza di discorsi!

Marcello -                (Paziente) Mamma, non devi assolutamente pensare di essere messa da parte; tu hai fatto anche troppo, per noi, e devi essere fiera di aver cresciuto la tua famiglia, (Sottolineandolo) se questo è ciò che hai veramente desiderato.

Padre -                      Cosa significa questo? voi insinuare che l’ho costretta io a fare tutto quello che deve fare una madre di famiglia?!

Marcello -                Babbo, non volevo dire questo.

Padre -                      Tua madre vi ha coccolato anche troppo e se non fosse stata così debole, sareste certamente cresciuti molto più educati e determinati! credi a me!

Marcello -                Ecco: la mamma non ha impugnato bene il martello, vero? pochi colpi e precisi!

Padre -                      (Alza la voce) Non essere insolente con me!

Madre -                    (Interviene a placare il diverbio) Per carità! chi è stato più felice di me ad avere una famiglia così!? non potrei sicuramente desiderare altro dalla vita! Tu e Patrizia siete la mia gioia! siete tutto, per me; ho fatto tanti sacrifici per farvi crescere bene ma li ho affrontati tutti con amore! (Al marito) È vero, Gianni?

Padre -                      Ecco, ha parlato la crocerossina, ha parlato Florence Nightingale!


(Breve intervento musicale. I genitori restano in scena, nascosti dal buio, e Marcello si rimette a rovistare trovando parecchi libri.)

 

Marcello -                Libri, libri, libri, se ricordassi tutto quello che ho letto e studiato…!

Patrizia -                   (Esce dall’oscurità) Sei sempre stato un secchione, tu! ma perché siamo venuti qua sotto?

Marcello -                (Sorridendo) Non ti è mai piaciuto questo posto, eh?

Patrizia -                   No! ne ho avuto sempre il terrore perché è scuro e freddo, e lontano da tutto il resto della casa! l’ho sempre visto come un qualcosa lontano dal mondo!

Marcello -                (Scherzosamente, per spaventarla) Il luogo in cui si nascondono gli scheletri negli armadi! dove dietro ad ogni angolo ci può essere…

Patrizia -                   (Spaventata, lo interrompe) Smettila Marcello! mi metti paura!

Marcello -                (La abbraccia con fare protettivo) Ma sorellina mia! hai mai avuto paura stando vicino a me?

Patrizia -                   No.

Marcello -                Allora…? non vedi che questo è solo un luogo del passato?

Patrizia -                   Un luogo di cose morte.

Marcello -                Non morte, ancora a riposo, come i vecchi! (Le mostra una vecchia bambola) Guarda! te la ricordi?

Patrizia -                   Sì!! era… è la mia bambola preferita! (La guarda e la stringe a sé) Come mai è finita quaggiù? chi ce l’ha portata?

Marcello -                Forse nessuno, forse ha semplicemente seguito tutte queste cose che hanno dovuto lasciare il posto ad altre.

Padre -                      (Torna in luce, insieme alla madre) Alla tua età vuoi ancora giocare con le bambole?

Marcello -                (Difendendo la sorella) Tu non giochi ancora con i tuoi francobolli? e li tratti con la massima cura e delicatezza per la loro fragilità? stando così attento che non si rovini nemmeno uno dei loro dentini e te li ammiri e riammiri quasi coccolandoli?

Padre -                      (Alterato) Ma quello non è un gioco, è una collezione!

Marcello -                (Ironico) Ah, ecco, è una collezione!

Madre -                    (Con ingenuo orgoglio) Chissà quanto vale, ora, la raccolta di francobolli di tuo padre!

Marcello -                (Ironico) Eh sì, è un vero e proprio patrimonio di famiglia!

Padre -                      Ci sono voluti anni e anni per metterla insieme perciò guai a voi se un giorno la venderete!

Marcello -                (C.s.) Certamente, guai venderla!

Patrizia -                   (Riferendosi alla bambola che osserva e stringe a sé) Si chiama Lilla.

Madre -                    (Materna) Stavi le giornate intere a coccolarla!

Patrizia -                   A me è sempre piaciuto farle le coccole.

Padre -                      In questi atteggiamenti infantili hai preso tutto da tua madre.

Patrizia -                   (Al padre) E te ne dispiace?

Madre -                    (Al marito) Già, che male c’è?

Padre -                      “Che male c’è”?, ma non vedi come li hai cresciuti? senza grinta, senza la tempra necessaria ad affrontare la vita... immaturi come sei stata sempre tu!

Madre -                    Gianni, non ti permetto di dire certe cose, soprattutto davanti a loro! perché se non ci fossi io…

Padre -                      (La interrompe) Tu non mi permetti di dire certe cose?? Ah! (Le rifà il verso) “Se non ci fossi io…”! Se non ci fossi tu, le cose andrebbero molto diversamente!

Madre -                    Ah, certo! e questa famiglia diventerebbe una caserma!

Padre -                      (Avvicinandosi alla moglie, minaccioso) Anna! stai esagerando!

Patrizia -                   (Grida al padre) Smettila, babbo!

Padre -                      Tu stai zitta!

Marcello -                (Alla sorella) Lascialo perdere.

Patrizia -                   Quante volte devo lasciarlo perdere? eh? se ogni volta che apriamo bocca, io o la mamma, lui si avventa contro di noi! con te, invece, non si comporta mai così, perché sei l’ometto di casa.

Madre -                    (Nonostante tutto, difendendo il marito) Patrizia, non dire nemmeno per scherzo, certe cose!

Marcello -                (Affettuoso) Il babbo ha sempre voluto bene a tutti e due, è solo che non ha saputo dimostrarcelo o ce l’ha dimostrato nel modo sbagliato.

Patrizia -                   Se mi volesse davvero bene che difficoltà ci sarebbe a farmelo capire e a comportarsi in modo più civile?

Marcello -                Ognuno ha delle cose che è in grado di fare e altre che proprio non gli riescono, anche nei sentimenti.

Patrizia -                   Io, con lui, non sono mai riuscita a parlare di me stessa, dei miei sogni, delle mie speranze, delle mie paure. Se non ci fosse stata la mamma… (Scompare nel buio stringendo la bambola a sé)

 

(Mentre Marcello riprende a rovistare tra le cose, la madre affronta il marito)

 

Madre -                    Hai sentito? perché pensi che Patrizia sia arrivata a dire queste cose?

Padre -                      Ma che ne so! lo vieni a chiedere a me?

Madre -                    Forse perché non ti sei mai dedicato a lei.

Padre -                      Io mi sarò dedicato più a Marcello ma tu avresti dovuto far capire a tua figlia questa divisione dei ruoli! il tuo con lei e il mio con lui!

Madre -                    (Offesa) Continui col dire che ho sbagliato a educare Patrizia? che non sono stata una buona madre?

Padre -                      (Indispettito) Ma perché devi avere sempre questo atteggiamento vittimistico da cane bastonato?

Madre -                    (Alterata) Forse perché tu hai sempre avuto quell’atteggiamento da carnefice che li bastona, i cani!

Padre -                      (Alterato) Che atteggiamento ho, io? non dire stupidaggini! se a volte ho reagito in maniera dura è stato perché era giusto farlo.

Madre -                    (C.s.) Ah, era giusto farlo; ma anche quando non sei intervenuto… con le mani, hai usato altri mezzi, perché non si bastona solo fisicamente, ci sono altri metodi più subdoli e raffinati!

Padre -                      Ma che discorsi stai facendo? da dove ti viene tutta quest’arroganza?

Madre -                    (Tristemente ironica) Arroganza…

Padre -                      Vuoi insinuare che ho sbagliato io? perché non è la prima volta che per un problema che sorge in questa casa si dia la colpa a me!

 

(Il padre, indispettito, risale i gradini ed esce dalla porta, definitivamente. La madre, piangendo, si rifugia nell’ombra)

 

Marcello -                (Rovista ancora, ragionando tra sé) Facevano sempre così: tanto fuoco e fiamme ma non cambiava mai niente, né fra loro e nemmeno nei nostri confronti. Anche quando arrivò Roberta. (Pausa. Si concentra su un libro trovato fra gli altri mentre Roberta appare, lentamente, dall’oscurità) Anche questo è finito quaggiù! una volta aveva un posto d’onore nella mia piccola libreria e spesso, nel mio romanticismo adolescenziale, mi perdevo in quelle immagini di tenebre fantastiche che certe letture mi evocavano! (Roberta gli si avvicina mentre Marcello apre il libro e legge) “… Celeste è questa/corrispondenza d’amorosi sensi/celeste dote è negli umani, e spesso/per lei si vive con l’amico estinto/e l’estinto con noi…”

Roberta -                  “… se la pia terra/che lo raccolse infante e lo nutriva/nel suo grembo materno ultimo asilo/porgendo, sacre le reliquie renda/dall’insultar de’ nembi e dal profano/piede del vulgo…” L’abbiamo studiata insieme, ricordi?

Marcello -                Certo che ricordo! facevamo tutto insieme, sin dai tempi della scuola.

Madre -                    (Compare per poi risalire i gradini ed uscire dalla porta, definitivamente) Stavate ore e ore su quei libri ed era una gioia guardarvi! poi io vi chiamavo per far la merenda che vi avevo preparato: pane e marmellata… o cioccolata, te con pasticcini, oppure la mia torta di mele, e il pomeriggio passava così, in serenità.

Roberta -                  Possiedi un mare di libri! me ne presterai mai qualcuno?

Marcello -                (Porgendole alcuni libri) Certo! tutti quelli che vuoi!

Roberta -                  Anch’io ne ho diversi ma sono quasi tutte storie d’amore!

Marcello -                (Guardandola con amore) Allora li metteremo insieme per dare più grazia alla mia libreria!

Roberta -                  (Pensosa) La tua casa è molto grande, quando ci sposeremo potremmo andare là e starci tutti insieme.

Marcello -                (Perplesso, la guarda per un istante come se avesse detto una cosa fuori luogo, anzi, fuori tempo) Perché no? là c’è posto per tutti.

Roberta -                  E vivremo felici?

Marcello -                Perché non dovremmo?

Roberta -                  Dovremo imparare sia a convivere da coniugi che con gli altri della famiglia. Beh, essendo casa tua, per te sarà più semplice.

Marcello -                Non ti preoccupare, Roberta, se staremo bene noi due riusciremo a convivere anche con dieci, cento, mille altre persone!

Roberta -                  Non mi preoccupo assolutamente, perché tu mi hai sempre dato sicurezza ed è una tua dote, questa, che mi ha colpita subito, e mi ha fatto sempre star bene.

Marcello -                Forse è una reazione, questa mia “dote”, visto che ne ho sempre avuto bisogno anch’io.

Roberta -                  (Lo abbraccia) Ti amo, Marcello.

Marcello -                Anch’io ti amo tanto, Roberta.

 

(Musica. Si baciano, poi entrambi si mettono a curiosare tra le vecchie cose. Pausa, la musica sfuma)

 

Roberta -                  Ora che tuo padre non c’è più…

Patrizia -                   (Esce dal buio, rivolta a Marcello) Anche ora che il babbo non c’è più, avverto che tutto il bene che gli ho voluto è sempre caduto nel vuoto.

Marcello -                Capita spesso.

Roberta -                  Sì, Patrizia, può capitare spesso.

Marcello -                (Amareggiato) Perché il più delle volte non riusciamo a dimostrare o ad aiutare gli altri a dimostrarci amore, affetto o il semplice piacere di stare insieme? e rendiamo tutto così… penoso, difficile e complicato?

Patrizia -                   Anch’io vorrei sposarmi, prima o poi; vorrei trovare un uomo dolce, che mi coccoli…

Roberta -                  (Affettuosa)… e che tu possa coccolare!

Patrizia -                   (Stringendo ancora la sua bambola) Sì! sarebbe una cosa fantastica!

Roberta -                  (Sollevando un cappellino da donna che indossa con fare civettuolo) Guardate! l’avevo indossato per una festa di carnevale! ricordate? mi ero travestita da vecchia signora e quasi non mi riconoscevate! (Pausa, se lo toglie, tristemente) Ora, purtroppo, non ho più bisogno di travestirmi.

Patrizia -                   Ma cosa dici, Roberta!

Marcello -                Non ti rendi conto di essere ancora una bellissima ragazza?

Roberta -                  Vi ringrazio ma il tempo passa per tutti, anche per me!

Patrizia -                   È vero, purtroppo, anche per me.

Roberta -                  (A Marcello) Se n’è andata anche tua madre…

 

(Patrizia stringe ancora più a sé la sua bambola)

 

Marcello -                Già.

Roberta -                  Come si trasforma una casa quando non ci sono più le stesse persone! è come se perdesse energia, e alcuni suoi angoli, una volta così pieni di calore, tornassero ad essere freddi e banali.

 

(Marcello viene per un momento distratto da un uomo che entra dalla porta, scende i gradini e lentamente attraversa la scena nella semi oscurità per sparire nel buio)

 

Patrizia -                   (Triste, avvicinandosi a Marcello) Mi manca.

Marcello -                (Stringendola a sé) Lo so.

Roberta -                  (Si avvicina a Marcello e restano tutti e tre abbracciati) Che confusione c’è qui!

Marcello -                Sono tutti frammenti del nostro passato misti al presente.

Patrizia -                   Cosa faremo, adesso?

Roberta -                  Come si è sempre fatto da che mondo è mondo.

Patrizia -                   Già. (Si stacca da loro e lentamente scompare nel buio portando la bambola con sé)

Roberta -                  (A Marcello) Tua sorella ha tanto bisogno di qualcuno che le stia vicino e che le voglia bene.

Marcello -                Sì, lo so… e tu?

Roberta -                  E me lo chiedi? (Riprende il libro che Marcello aveva trovato e, leggendo, si allontana) “… E se, diceva,/a te fur care le mie chiome e il viso/e le dolci vigilie, e non mi assente/premio miglior la volontà de’ fati…” (Scompare nel buio)

Marcello -                (Tra sé) Che senso ha? perché disturbare chi deve ancora soffrire e decidere di soffrire con loro? quando non dovresti fare altro che aspettare. “Aspettare”… questa parola non ha più nemmeno alcun senso temporale. Ognuno faccia la sua vita e sarà quel che sarà! (Pausa) Ma se ho avuto la forza di fare una cosa del genere: di entrare in questa dimensione, che è così confusa sia per me che per loro, una ragione ci sarà! È quella celeste corrispondenza, già, quel sentimento che è più facile chiamare Amore, che ci fa attraversare spazi e tempi pur di essere pienamente raggiunto e soddisfatto anche se solo per poco. Solo per poco, quaggiù.

 

(Dall’oscurità compare una donna che lentamente si avvicina alla catasta delle vecchie cose ed inizia a curiosare)

 

Marcello -                (Le si avvicina ma lei non lo vede né sente) Giulia! cosa sei venuta a cercare, qui? Giulia? (Pausa, la guarda) Oh Giulia… quanti anni…! Ricordi? eravamo riusciti a non avere segreti tra noi, nell’incoscienza della nostra gioventù. Sapevamo tutto l’uno dell’altro, senza vergogna! Che cosa strana, Giulia. Che fine hai fatto? (La osserva) stai forse cercando le nostre carezze? stai cercando i nostri primi baci? non credo siano lì, tra le vecchie cose dimenticate; sono sensazioni, quelle, che col passare degli anni diventano i sostegni del nostro sopravvivere, Giulia. Ritrovale dentro di te per sentirti ancora più bella e pulita. (Giulia trova una fotografia, la guarda e la ripone nella sua borsa) Ti sei presa una fotografia, “quella” fotografia! uno dei tuoi pochi momenti felici, vero? La vita non è stata affatto benevola, con te, lo ricordo; allora rivivila, quella immagine, rivivi col cuore quel momento che diventerà un altro sostegno alla tua sopravvivenza. (Giulia si alza e quasi scappa scomparendo, definitivamente, nell’oscurità. Marcello la chiama) Giulia! (Tra sé) Perché non mi ha visto e non mi ha risposto? dov’è ora? … Ma perché ci devono essere tutti questi misteri, quaggiù? (Dall’ombra riappare l’uomo intravisto precedentemente)

Stefano -                   (Sorridendo) Marcello.

Marcello -                (C.s.) Stefano! dove sei?

Stefano -                   Sono qui con te.

Marcello -                Anche tu qui?

Stefano -                   Sì, piace anche a me tornare a rovistare fra le vecchie cose.

Marcello -                Già, anche se è impossibile capire chiaramente: è tutto in disordine, qui! i tempi si confondono, si confondono gli anni, le età, i luoghi…

Stefano -                   Me ne sono accorto anch’io; anch’io sono sceso nella mia cantina e ho provato le stesse cose; di sopra, invece, si vede tutto più chiaro e soprattutto non ne veniamo coinvolti.

Marcello -                E non soffriamo.

Stefano -                   Torniamo di sopra, Marcello?

Marcello -                Sì, torniamo di sopra.

 

(Patrizia rientra dal buio - senza la bambola – insieme a Roberta. La luce si fa lentamente sempre più intensa fino ad illuminare tutta la scena. Le due si avvicinano alle vecchie cose senza avvertire la presenza di Marcello e Stefano che invece se ne allontanano, salgono gli scalini e, dopo che Marcello ha volto per un momento l’ultimo sguardo a Patrizia e a Roberta, escono attraverso la porta)

 

Patrizia -                   Non scenderò mai più quaggiù in cantina, ci sono troppe cose che mi fanno star male.

Roberta -                  Hai ragione, troppe cose, troppe voci silenziose, e non fanno altro che lasciarti la mente confusa e il cuore gonfio di dolore.

Patrizia -                   (Pausa. A stento) Marcello se n’è andato ormai da tempo ma…

Roberta -                  (La interrompe)… ma ancora ci cerchiamo, lo so.

Patrizia -                   Sì, è così, abbiamo vissuto anni bellissimi, tutti insieme!

Roberta -                  Ma troppo pochi.

Patrizia -                   Sì, troppo pochi.

Roberta -                  (Solleva il cappellino da donna) Guarda, Patrizia, (Lo indossa mestamente, con nostalgia, per poi riporlo subito fra le altre cose) l’avevo indossato per una festa di carnevale quando c’era anche lui, ricordi? mi ero travestita da vecchia signora e quasi non mi riconoscevate!

Patrizia -                   E Marcello si era vestito da gentiluomo dell’800.

Roberta -                  Già, da gentiluomo dell’800.

Patrizia -                   (Estrae una vecchia bambola nascosta tra i vari oggetti) E questa? era la mia bambola preferita! come mai è finita quaggiù? chi ce l’ha portata? (La stringe a sé) Accidenti, come si chiamava…?

Roberta -                  (Alzandosi) Torniamo in casa, Patrizia, quaggiù non c’è più niente che ci possa aiutare.

Patrizia -                   (Alzandosi) Hai ragione, non c’è più nessuno, siamo rimaste solo noi.

 

(Musica. Entrambe si allontanano dalla catasta degli oggetti mentre la scena torna nella penombra illuminando solo il “totem” e facendo sparire nel buio sia Roberta che Patrizia)

 

Patrizia -                   Ah… si chiamava Lilla!

La luce si spegne completamente. La musica continua.

Sipario

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